«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

domenica 18 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)

SALONI DELLE BICI. DA UNA PARTE PADOVA E UN’ORGANIZZAZIONE CHE LAVORA BENE SENZA PROPORRE COSE RIVOLUZIONARIE. DALL’ALTRA VERONA, CON UN’ORGANIZZAZIONE CHE FORSE SPERAVA DI POTER VIVERE DI RENDITA, FACENDO (ANCORA) MALE I SUOI CONTI.
Il salone della bicicletta di Padova non propone chissà quali novità al visitatore. Eppure è riuscito a diventare il riferimento per il mercato italiano, mentre la vecchia gestione del salone ciclistico di Milano che forse pensava bastasse ricordare i bei tempi (andati), ha perso pezzi, credibilità, sponsor e aziende espositrici. Come un calo delle vendite ha iniziato a farsi vedere con una certa continuità (e cosa pretendono con biciclette da corsa che ormai costano almeno due stipendi?) sono iniziati i disaccordi. Ormai il vecchio salone del ciclo milanese è un bel ricordo, prima ammaccato pesantemente da quello tedesco della quasi impronunciabile Friedichshafen, e poi messo a terra forse più da se stesso che non da quello padovano. Da tre anni l’organizzazione, ex Milano ora Verona, parla di edizioni del rilancio. Da tre anni le magagne non mancano. Due anni addietro visitatori che andavano a protestare alle casse, quando si rendevano conto di aver pagato un biglietto per un salone che sul discorso ciclistico dava ben poco all’appassionato, visto il gemellaggio con il salone delle motociclette. L’anno scorso un’edizione per il tentativo di un nuovo rilancio, ma che è stata raccontata e descritta in maniera anche troppo generosa. Quest’anno il colpo di genio finale, proponendosi una settimana prima dell’evento padovano. Della serie; “Facciamoci del male, così almeno non piango da solo”, con la sacrosanta rottura di scatole di Padova quando venne a conoscenza dell’allora bella pensata. Intanto la parte “motoristica” del salone non piange troppo del possibile divorzio che, per ora, vede ancora uniti costruttori di bici e moto nell’Associazione Nazionale Costruttori Motocicli e Accessori (di qui la famosa sigla ANCMA).
Sull’altro fronte Padova è cresciuta sempre mezzo passo alla volta. Non ha proposto cose rivoluzionarie, non ha mai promesso senza la consapevolezza di poter mantenere, ha lavorato su quello che può interessare e divertire le famiglie, vedi i percorsi ciclistici per i ragazzini, la possibilità di bersi una birra e mangiare un panino seduti su tavolate sparse. Una scelta che offriva un’immagine stile “sagra paesana” più che salone della bici (cosa che infatti aveva fatto ridacchiare qualcuno che ora piange) ma che alle famiglie piace e non poco! E questo vuol dire che papà ciclista non va solo con i due amici appassionati, ma porta con sé moglie e figli. E se questo lo fanno anche gli altri papà ciclisti, invece che tre biglietti alla cassa ne vendo anche il doppio. Padova ha poi semplicemente usato bene le sue possibilità logistiche: scendere alla stazione e sapere che in 15 minuti a piedi sei arrivato è cosa semplice e gradita per tutti, senza dover prendere ancora autobus o metropolitane. Sul discorso ciclistico due righe veloci: si è tornati a buttare l’occhio alle biciclette per le città, che solamente grazie alla benzina così cara ora tornano timidamente di moda. Non è un cambio di mentalità ma una conseguenza fatta dalla necessità del portafoglio, che è cosa ben diversa. Avessimo la benzina ad un’euro al litro, penso torneremmo ad usare la macchina anche per spostarci di un metro e mezzo.

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