«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 23 ottobre 2012

BATTER GIU' FORTE, SENZA PAURA..

Mentre giornali, televisioni e giornalisti appresso scaricheranno i loro; “…si sapeva…”, oppure un più ricercato “si poteva immaginare…” e qualche altra decina di frasi di questo tipo verso Amstrong e compagnia barante, ci sarà qualcuno che dirà o scriverà senza troppi “forse” che il ciclismo degli ultimi 15 anni, almeno, è stato una bidonata? Difficile, perché vorrebbe dire, in maniera sottintesa, che nel calderone ci finirebbero i vari campioni che hanno infiammato le platee ciclistiche. Se il Giro d’Italia è una corsa più “pulita” – e mettiamoci le virgolette ch’è meglio – guardando il suo palmares dagli anni ’90 ad oggi, facilmente lo si deve alla fortuna di non godere di un fascino sportivo così potente come il Tour. Tenendo conto che quasi tutti i ciclisti finiti sul podio parigino negli ultimi 15 anni hanno avuto rogne con il doping, pensate che bello se oggi ci ritrovassimo con diverse caselle bianche anche nella nostra corsa. Eppure è così. È andata anche bene. Molti ciclisti ci sono finiti dentro in pieno; certamente Armstong, Zabel, Rumsas, Riis, Basso, Landis, Vinokurov, Heras, Beloki, Riccò, Scarponi, Contador, Sella, Rebellin, Di Luca, Valverde, Mancebo, Hullrich, Piepoli, Millar, Simeoni…e n’è ancora di gente. Altri se la sono cavata con “soltanto” indagini; Gotti, Pantani, Virenque che ancora vai a sapere come abbia potuto tornare in sella, Zulle (lo stesso di Virenque), già dimenticate le rogne di Garzelli, Simoni, Chiappucci,…. Tutti nomi che mettiamo lì a memoria. Pensate se andassimo a prendere un qualche annuario del ciclismo a lo rileggessimo. Tenendo conto che per almeno il 50% di questi atleti il Giro avrebbe fatto salti mortali per averceli quasi ad ogni edizione, pensate al colpo di fortuna che, in mezzo a tutta questa tristezza, il Giro ha trovato. Ma il discorso è anche un altro. Se l’efficacia dei controlli anti-doping e della qualità del lavoro investigativo fossero stati di questo tipo già negli anni ’90, oggi avremmo una lista di nomi devastata e devastante. Anche se si parla di Usada – l’agenzia statunitense per l’anti-doping – c’è tanta roba nostra. L’Italia è stata probabilmente determinante, partendo dal dottor Ferrari, nel mettere insieme i mattoni mancanti che costruivano il muro d’imbroglio ed omertà costruiti negli anni. Speranza è che adesso, come per Amstrong, si rincorra tutta quella gente che è rimasta zitta per non avere guai. Il doping non è solamente figlio della costrizione. Cresce anche nella scelta. “Sto zitto e m’ingrasso anch’io.” Non è uno sbaglio e basta, come blaterano i giornalisti e commentatori di tivù e giornali, perché ex ciclisti o persone che ci mangiano. “Ha sbagliato, ha pagato, adesso lo devono lasciare in pace”. Uno sbaglio è ingranare la 4^ marcia invece della 3^ quando guidi la macchina, uno sbaglio è piantare un chiodo 2 centimetri più in là di quanto si doveva. Quello è uno sbaglio. Se poi si crede che Armstrong rappresenti il segnale che il ciclismo sia più credibile, siamo una massa d’imbecilli. Nessuno sportivo è stato perseguito con la stessa potenza investigativa come l’americano. Mai prima. Se solo la metà dei soldi spesi per “rincorrerlo” si fosse spesa per altri sport ed altri atleti, saremmo a livelli di pura depressione sportiva e passionale. Lo si ritenga pure, Lance, anche la simbolica punta dell’iceberg. Ma è adesso che si deve battere giù duro. I disonesti non aspettano altro, che si abbassi la guardia un momento. Se il doping è arrivano da tanti anni anche tra i ciclisti della domenica, la carità cristiana buttiamola nel cesso. Per salvare la salute ad un ragazzino che fino a oggi li credeva degli idoli, val bene anche farsi odiare per essere troppo cattivi. Una scelta. Anche questa. Come quella che hanno fatto quasti atleti un giorno.

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