«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 1 novembre 2011

Novembre; l'editoriale.



Prima di tutto due righe per ringraziare i “visitors” che hanno lasciato le loro idee, riguardo all’argomento dell’articolo sul ciclismo rosa. Sono state raggiunte punte di visitatori giornalieri mai viste (oltre 60 in un’occasione). E ora il solito momento d’inizio mese.

TRE ANNI SENZA VINCERE DELLE CLASSICHE IMPORTANTI. NEMMENO IN QUEST’ANNATA, DOVE DIVERSE SECONDE LINEE HANNO PORTATO A CASA VITTORIE CHE FORSE VALGONO UNA CARRIERA.
NELLA CRONOMETRO SIAMO SCOMPARSI O QUASI. LA PISTA, CHE E’ LA BASE, VIENE TENUTA IN PIEDI CON LO SCOTCH. SIAMO STATI COPIATI IN PASSATO, PERCHE’ NON FARLO NOI ADESSO?

“Vincenzo Nibali tenta il colpaccio al Giro di Lombardia. È una di quelle azioni audaci, che piacciono alla gente, che giornali e giornalisti riportano sempre volentieri perché nel ciclismo d’oggi; “Non si osa più” e discorsi di questo tipo. Se a Vincenzo gli va bene Suor Alessandra se lo sposa tra le interviste e l’anti-doping e Beppe Conti gli fa da testimone salutando il nuovo Messia del ciclismo di casa nostra. Evviva, confetti per tutti, paga Sgarbozza.
Ma gli va male e allora ecco nel dopo gara Silvio Martinello, noto vincitore di classiche, iniziare il Festival dei; “se Vincenzo così, se Vincenzo cosà, se Vincenzo di qua e poi anche di là, cuccuruccuccù, paloma!”. Della serie, se io avessi tre palle sarei un marziano e farei una fortuna che manco Siffredi.
Nel concreto, da tre anni gli italiani non vincono una grande classica. Un’eternità, dal punto di vista ciclistico, per una Nazione come la nostra. Oggi le nazioni di riferimento sono quelle di Sua Maestà (l’Australia è colonia britannica). Nazioni che hanno studiato il ciclismo di casa nostra, lo hanno conosciuto – gli australiani fanno ritrovi in Italia, anche coi loro Under – e vi hanno portato specialisti arrivati dalla pista che oggi sono protagonisti della strada. Come gli statunitensi che dalla seconda metà degli anni ’80 hanno fatto incetta di esperienze europee, per portare qualcosa di nostro negli states (anche il dottor Ferrari ormai che c’erano).
Non siamo più la scuola ciclistica che era esempio di organizzazione e risultati come negli anni ’90. Abbiamo vissuto di rendita, ma poi il credito è finito. Di questo si deve tener conto, soprattutto sul tavolo dei Capi (Federazione), ed ecco l’occasione per ripartire e riprogettare tutto o quasi. Dagli Under agli elite. Come fai? La base dev’essere costruita sugli uomini, le persone, i tecnici che abbiano competenza e la pazienza.
Un bel titolo ISEF come punto di partenza ci sta bene, e lo metterei d’obbligo. Col discorso del centro per il ciclismo che Bicisport sbandiera da almeno 15 anni inutile farci delle righe. Se da tutti quelli a cui ne parlano si sentono dire che è una bella idea, ma non si è mai fatta, un motivo ci sarà. Torniamo a rivalutare la pista non soltanto quando manca un’anno a un’Olimpiade, seguiamo i giovani a cronometro – specialità che abbiamo preso a pesci in faccia negli ultimi 15 anni – e cerchiamo competenza per quanto riguarda la guida delle ammiraglie dei vari GS. Il campione del mondo su strada viene dalla pista, la campionessa del mondo su strada è una ciclista che da alcuni anni vince anche gare in pista.
Le basi ci sono, Bettini ha convocato a Copenaghen diversi giovani, ha voluto fare dei ritrovi durante l’anno. Lui le motivazioni ce le ha. Nel settore rosa Salvoldi (a proposito, lui il suo diploma in Scienze Motorie ce l’ha) è più avanti di tanti altri, con tremila euro al mese e meno chiacchiere. Ma dietro a questi due CT ci dev’essere un pensiero unico, dove la competenza dev’essere base per riempire le crepe formatesi dell’aver sottovalutato specialità importanti come pista e cronometro.
Nel decennio scorso Max Sciandri diceva ai tecnici italiani di passare in Inghilterra per dare un’occhiata al lavoro che stavano mettendo in piedi coi giovani. Ma i tecnici italiani, strapieni della loro grande autorevolezza ed esperienza, non ci pensavano nemmeno di andare a perder tempo per vedere come lavorava una Nazione che di lì a pochi anni avrebbe iniziato a bastonare gli avversari.





2 commenti:

Marco ha detto...

Negli ultimi anni gli italiani sono calati nelle corse di un giorno, vuoi anche il ritiro di Paolo Bettini. Per quanto riguarda le cronometro, purtroppo manca la giusta cultura, poche le corse e pochi i nomi sul banco.

Anonimo ha detto...

Negli anni '90 si rifornivano tutti alla stessa pompa di benzina, il gestore era soprannominato "Testarossa".

Il predicatore